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Archive for 21 agosto 2007

Ho comprato un corso di danese, la settimana scorsa.
Gli facevo il filo da mesi ma, per scaramanzia, ho aspettato l’ultimo momento, prima di acquistarlo. Ogni tanto lo andavo a trovare, lì sul suo scaffale alla Feltrinelli International, gli dicevo due o tre cosa carine e controllavo che stesse bene, che il corso di cinese e quello di ebraico non gli dessero fastidio. I dipendenti della libreria ormai a me non facevano neanche più caso, probabilmente si erano convinti che fossi un complemento d’arredo.
L’ho pagato con gli occhioni enormi spalancati luccicanti di speranza, nonostante mi sia costato un rene, e nonostante le mie scorte di reni stiano per esaurirsi, ahimé.
Non c’è che dire: è una meraviglia.
Duecentonovantasette pagine di libro di testo e due audio cd: quanto serve per farmi capire che io, il danese, non riuscirò a impararlo mai.

“Learn to speak, understand and write danish”, c’è scritto sulla scatola.
E poi, ancora, “progress quickly beyond the basics”, e “explore the language in depth”.

Un “learn to walk on water” sarebbe stato più credibile, per inciso.

Introduzione: pronunciation.

Det er godt, mi sta bene.

Allora, l’alfabeto danese ha 29 lettere: 9 vocali e 20 consonanti.

Le vocali sono a, e, i, o, u, y, æ, Ø e å, e possono essere lunghe o corte.
Cominciamo bene.
Vuoi sapere come si pronunciano, cara AnniKa dalle belle speranze? Il succo è: lancia una moneta dieci volte, leggi i fondi del caffè e, già che ci sei, consulta Brezsny, pure. E poi tira a indovinare, che tanto è uguale.

Sì perché la pronuncia di una vocale dipende dall’accento della parola, dal fatto che la consonante che la segue sia raddoppiata o meno e dalla posizione che assume all’interno di un dittongo, anche. Ah, e pure dalla posizione di eventuali r, ché se per disgrazia c’è una r, da qualche parte nella parola, va tutto a carte quarantotto.

Non deve stupire il fatto che i paesi scandinavi possano vantare (per così dire) il più alto tasso di suicidi al mondo: dopo quindici volte che uno cerca di pronunciare correttamente una parola, senza peraltro ottenere il minimo risultato, si taglia le vene. Mi pare anche comprensibile.

Le consonanti sono ancora più divertenti.
Venti, abbiamo detto. Sì, però b e p si pronunciano diversamente solo se all’inizio di una parola, e così anche d e t, e g e k. Anderledes, altrimenti, hanno lo stesso suono. Quale che sia, questo suono, non ci è dato saperlo.
C, q, w, x e z, invece, si usano solo nelle parole di origine straniera.
Ah, dimenticavo: spesso una lettera non si pronuncia. La d, per esempio, non si legge quasi mai. Non si capisce bene per quale motivo, poverina, che cosa avrà mai fatto di male non lo so.

E non tralasciamo, vi prego, la parte più bella: the glottal stop.

the glottal stop is widely used in Danish. […] It can occur in both vowels and consonants. […] In Danish the glottal stop is an interruption of a voiced sound. The pronunciation begins normally, then a glottal stop is made through the closing of the vocal cords or in most cases only a narrowing of the gap between these, resulting in a brief pause.

A me, per farmi emettere quel suono lì, mi devono sgozzare.

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