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Archive for 7 marzo 2007

Ecco, dopo una giornata come questa, è proprio quello che ci vuole.

Che poi, diciamocelo, alla fine oggi non è stata una giornata così massacrante: mi hanno anche tolto un’ora di lezione, e devo dire che mi è dispiaciuto immensamente. Una disgrazia, quasi: ho fatto solo sette ore di lezione, e non immaginate nemmeno quanto avrei voluto rimanere in facoltà fino alle 19:00 a infliggermi un’altra ora di IPsec e SSL. Perché lei lì è così noiosa che fa quasi tenerezza, e perché in fondo è così piacevole fare lezione con quei simpatici informatici, soprattutto con quei tre che dal primo giorno di corso non si sono cambiati la maglia neanche una volta. O forse hanno comprato uno stock di maglie tutte identiche, e allora magari si cambiano tutti i giorni quattro volte al giorno. Chissà.

La pausa pranzo, poi, è stata estremamente rilassante e decisamente soddisfacente; del resto, se una paga due eurini per avere qualcosa che assomigli (abbastanza lontanamente) ad un trancio di pizza margherita, è cosa buona e giusta che costei debba anche litigare con la befana che sta al bar, per averla. E che poi la trangugi in un battibaleno salendo i tre piani di scale fino all’aula studio nelle palafitte (pensa che fighetti, studiamo in mansarda noi), ingerendo (mezzi) litri e (mezzi) litri d’acqua per riuscire a deglutire cotanta bontà. L’ho sempre sognata, una pausa così.

Dev’essere stata la mia giornata fortunata, questa, e infatti nella suddetta aula studio ho anche trovato uno sgabello sul quale sedermi, cosa per nulla scontata, e inoltre un amico che studia ingegneria elettrica è venuto a chiedermi spiegazioni su un passaggio particolarmente ostico di questo esame di campi elettromagnetici applicati all’elettrotecnica*. Che, si sa, io adoro l’elettrotecnica: l’esame che ho dato mi ha letteralmente entusiasmato, a tal punto che tutte le volte che rivedo il docente, e purtroppo capita molto spesso, mi vengono i conati di vomito. Ma no, che avete capito, è il mio modo di esprimere gioia, quello.

Comunque, dopo essere uscita a malincuore, un’ora prima del solito, da quel capolavoro architettonico che è la facoltà di ingegneria di Bologna, ho pensato bene di passare a far visita alla sister e a quell’esserino di bassa statura che è mia nipote. Mai idea fu più felice: il microbino ha pensato bene di darmi il benvenuto inciampando nel mio piede e piantando la sua distribuzione aleatoria di denti nel mio ginocchio destro.

Voi potreste pensare che il volgere al termine di questa meravigliosa giornata mi abbia rattristato, eppure il varcare nuovamente la soglia di villa arpies e il ritrovare questo invidiabile clima familiare, mi ha colmato di gioia, soprattutto quando coinquilina2 ha fatto irruzione in cucina proclamando a gran voce ah, vi** avviso che questa non funziona più. Questa sarebbe la lavatrice, per la cronaca. Ha anche detto che oggi ha allagato mezza cucina, pur di riavere indietro i suoi panni, e, giuro, non ho pensato minimamente a quando, venerdì scorso, ho raccattato acqua per tutta la casa, e davvero ho provato un dispiacere immenso nel non essere stata presente a spaccarmi la schiena al suo fianco, oggi. Certo che siamo delle disperate, ho detto, la lavatrice ha dei problemi da mesi e non abbiamo mai chiamato il tecnico. E lei, con tono giustamente nonché comprensibilmente scazzato, mi ha detto che lei il numero del tecnico non l’ha nemmeno visto. Perché, e ha ragione lei in tutto e per tutto, stava ovviamente a noi cercare il numero del tecnico e chiamarlo.

Non capisco proprio come, al termine di questa giornata a dir poco splendida, io abbia l’ardire di sentirmi anche stanca e sull’orlo di una crisi di nervi.

Per fortuna che di là coinquilina3 sta litigando col moroso nonché urlando dietro alla bestiaferoce, che ora muoio dalla voglia di riordinare degli appunti e un adeguato sottofondo ci voleva proprio.

(non mi invidiate troppo, per favore, che poi mi viene mal di testa)

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* qui inserire straziante grido di dolore.
**pensate che carina, coinquilina2, ha usato il plurale majestatis anche se in cucina c’eravamo solo noi due. Quanto mi stima, quella donna!

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Mi chiese ti vanno delle patatine fritte? e a me non sembrava vero, e non ero nemmeno sicura che si potessero fare, a quell’ora, le patatine, perché avevamo già cenato e magari poi mamma si sarebbe arrabbiata, ma io risposi comunque e rimasi a guardarla mentre cucinava, e pensai che era brava, e chissà dove aveva imparato, e intanto in tv stavano dando una partita di pallavolo.

the sisters cugini

Hanno uno strano modo di tornar fuori, i ricordi. Ma forse è normale, quando tua sorella ha undici anni più di te, quando hai vissuto quasi come una figlia unica dagli otto ai diciannove anni.
Undici anni. Quasi metà della mia vita, considerando che adesso sono a quota ventitre. E uscire con lei, anche solo per andare al cinema, mi fa ancora uno strano effetto. Perché questi undici anni, questi nove cm di differenza, si sentono tutti.
E perché siamo molto diverse, anche se i nostri volti lo negano.

[Belle facce in vetrina: AnniKa, sorelladiAnniKa e cuginodiAnniKa, tutti versione bonsai]

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