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Archive for dicembre 2006

Caro Babbo Natale,
ti scrivo giusto qualche appunto rapido, che immagino tu stia facendo spese, in questi giorni, e non vorrei che che tu ti dimenticassi qualcosa di importante (fai tanto il giovanottone gaudente ma sai meglio di me che hai una bella età).
E non provare nemmeno a dire che questa lettera ti arriva fuori tempo massimo: non sono come te, io, non lavoro mica un solo giorno all’anno; ho avuto da fare, punto.
Allora, se sei d’accordo sorvolerei sulla questione pace nel mondo, che tanto è inclusa nell’appendice A (“Cose che sono moralmente obbligata a desiderare anche se è un po’ che non porto la mia morale a fare il tagliando”) e passerei direttamente ai punti salienti.
Hai tutto il prossimo anno di tempo, sia chiaro, non è fondamentale che tu mi faccia trovare tutto sotto l’albero la mattina del venticinque, anche perché tanto, per l’ora in cui mi alzerò io, mia nipote avrà già tirato giù tutto l’inimmaginabile, facendo una frittata dei pacchettini e pacchettucci vari.

Sarò breve: vorrei

  1. che Thom Yorke suonasse alla mia porta;
  2. essere in casa, quando Thom Yorke suonerà alla mia porta;
  3. essere presentabile, quando Thom Yorke suonerà alla mia porta e io sarò in casa (tipo: niente avanzi di cibo tra i denti, per dirne una);
  4. dirgli che lo amo, anche se è l’uomo più storto che abbia mai visto (testuali parole), e che farei volentieri l’amore con lui, se non ha altri impegni per la serata;
  5. che non mi ridesse in faccia ma che, anzi, mi dicesse, che è venuto proprio per quello;

Come, scusa? Ah, dici niente miracoli?! Capisco. Ma proprio non… Neanche se… Ma forse puoi… ah, niente?! niente di niente. Perfetto. Sì, sì, ho capito, ho capito: non sei tu che ti occupi di questo, dei miracoli se ne occupa il signor Gesù Bambino nell’ufficio a fianco. COOOSA?!? Dici che il sesso prima del matrimonio non me lo passano proprio? Cacchio però, almeno a Natale si potrebbe chiudere un occhio… vabbé, gli farò pervenire una versione censurata della richiesta, uno di questi giorni. Ma tu mettici una buona parola, mi raccomando.

  1. Copenhagen; ovvero, vincere la borsa di studio che mi farebbe partire per la capitale Danese. In alternativa, sull’Erasmus a Nizza non ci sputo, comunque;
  2. imparare un’altra lingua: puoi scegliere, Babbino, tra il francese (utile se vado a Nizza) e lo spagnolo (che prima o poi imparerò comunque) o, eventualmente, il danese (secondo te perché?);
  3. LOST: la terza serie (completa, in qualsiasi lingua va bene);
  4. L’ultimo libro di Harry Potter;

UPDATE:
Carissimo babbino, e se il mio cellulare lo facessimo arrivare fino alla laurea? Che ne dici?
Prometto che non ci metto troppo, davvero, ma tu fai qualcosa, per favore, che non ne posso più di sacrificare le mie misere esigenze di utente mobile alla sua bieca perversa volontà.

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Capita mai di rimandare un sacco di cose alle cosiddette “vacanze di Natale”? A me sì, tutti gli anni. E tutti gli anni arrivo al cinque di gennaio che ho fatto meno della metà delle cose che avevo programmato di fare.
Sì, perché, nonostante il nome (ereditato dalla mia carriera scolastica pre-universitaria), grandi vacanze queste proprio non lo sono.
Ormai dovrei avere imparato, e invece.

Ricominciare a scrivere.
Leggere più di quanto non stia facendo ora (cioè, molto poco).
Riprendere in mano Thinking in Java, ricominciando (miseramente) da pagina 1.
Cominciare a documentarmi sulle fibre a cristallo fotonico.
Farmi un’idea sul perché Linux funziona davvero, anche in mano a me.
Preparare due esami, senza mai dimenticare che Copenhagen richiede un’ottima media.

Saranno belle “vacanze”:
tanta fortuna.

Ice age coming
ice age coming

(radiohead, idioteque)

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cose con leggerezza; non che non le si pensi, intendiamoci, è solo che non sono preventivate.

Quando un amico mi ha detto, parlando di non ricordo nemmeno cosa,
“…è da evitare come il peccato…”
ho risposto, d’istinto
“Che strano, io non l’avrei detto”

“Cosa, scusa?!”
“Ho detto che è strano, che io non l’avrei detto. Da evitare come il peccato, intendo. Avrei detto, chessò, da evitare come la peste, non come il peccato”
“schifosa peccatrice”

Rideva, obviously. Non frequento persone bigotte, sia chiaro.

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Gioco a fare la donna con un sacco di autostima,
la donna forte,
la donna invincibile,
e nel farlo mi convinco un poco che sia vero.
La verità è che ci sono persone con le quali mi trovo a mio agio, persone con le quali sto bene, ed è con loro che riesco a dare il meglio di me stessa.
Con altri, invece, mi sento sul patibolo, e temo che ogni parola che esce dalla mia bocca possa essere l’ultima. Guardare una persona negli occhi, mettere a soqquadro la propria mente, rovistare tra le proprie esperienze passate, cercando disperatamente un modo per far diventare interessante, pregna di significato, una conversazione qualsiasi, senza infamia né lode, e non trovare niente.
Nessuna idea brillante, nessuna uscita felice.
È un po’ come morire lentamente, sdraiati su un tappeto di mediocrità ma incapaci di alzarsi.

Non so perché questo mi venga in mente proprio adesso, ora che, tornata a casa dei miei, ho l’occasione per rivedere le (poche ma fidate) persone la cui semplice esistenza giustifica pienamente i miei ritorni, anche se saltuari, persone con le quali sto bene e mi sento decisamente a mio agio.
Parlare con loro ti accende la primavera dentro, ed è una cosa bellissima.

“You give me shelter
From all that’s done unpretty
My sold-out, felt-up
Retreated little secrets
Are tucked inside the warmth of you”

Joan as police woman, “Anyone”

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Decompressione mentale post esame allucinante: ci voleva proprio.
Dormire fino a tardi, ascoltare musica, aver voglia di andare in palestra e di pulire la mia camera. Nessuna fretta, oggi: l’unico impegno che ho riguarda la serata, ed è un impegno piacevole; sì perché alle volte capita che una persona, in fase di studio matto e disperatissimo (d’altronde, arrivare agli esami con l’acqua alla gola è il mio sport preferito…), il giorno prima del suddetto esame pesantissimo (formule, formule, formule) decida di fare una pausa e accenda la radio. E può pure darsi che gli venga in mente di rispondere via sms ad una domanda semplicissima legata ad una specie di concorso, anche se per scrivere un sms impiega ere geologiche e se il premio è soltanto per le prime due risposte esatte.
Alle volte, poi, capita anche che la persona in questione, non si sa bene come, riceva una telefonata dalla redazione del programma radiofonico e scopra di avere vinto i due biglietti in palio.
Stasera, quindi, vado a vedere lo spettacolo Tutto Dante di Roberto Benigni, spettacolo che, per inciso, ho già avuto la fortuna di vedere in settembre all’arena di Verona (con la differenza che allora pagavo io e stavolta invece offre la radio. Non è poi l’unica differenza, in fondo: tutto il rispetto per il Pala Malaguti, ma l’arena è un’altra cosa…). Poco male se il canto parafrasato sarà sempre lo stesso (il che non è detto): io adoro Dante, e soprattutto adoro quel Dante che Benigni sa mettere in scena così divinamente.

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Abbiamo un cane.
Voglio dire, coinquilina3 ha un cane.
Io mi limito a subirlo, e immagino che lui non possa fare altro che subire me; del resto, penso anche che la mia radio ad alto volume sia l’ultimo dei suoi problemi (così, un’impressione…).
Intanto, questa adorabilissima bestiola piange da circa un’ora: qualcuno sa come si spegne?!
(No, immergerlo nella vasca e tenerlo sotto proprio non si può, né si vuole).

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Non smetterò mai di pretendere tanto da me stessa; in questi giorni di malattia, stress, clausura auto-imposta, continuo a ripetermi che io, in Copenhagen, ci credo. Eccome se ci credo.

Starlight
I will be chasing the starlight
Until the end of my life
I don’t know if it’s worth it anymore

Muse, Starlight

[La luce delle stelle
inseguirò la luce delle stelle
fino alla fine dei miei giorni
non so se ne vale ancora la pena]

Non c’è niente da fare: Opera se ne sbatte altemente dei miei corsivi… metteteli voi, anche a casaccio, se vi pare…

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