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Archive for 23 settembre 2006

Fino a centrotrenta, nessun problema. La centotrentunesima, più giovane e goffa delle altre, in evidente difficoltà, non ce l’ha fatta; le riconosco tuttavia il merito di averci provato comunque, di averci anche creduto, probabilmente, fino all’ultimo, del resto non è che potesse sottrarsi, non è mai successo che una si tirasse indietro e, a dire il vero, dubito che sia previsto dal regolamento. Immagino che non le sia passata nemmeno per l’anticamera del cervello la possibilità che un eventuale malaugurato suo insuccesso avrebbe potuto assumere dimensioni così devastanti. Così ha continuato a correre, col suo miglior sorriso, con l’espressione genuinamente ingenua di chi ancora spera che il mondo possa essere migliore, fino a che non si è trattato di saltare, e lei l’ha anche fatto, quel dannato salto, già sicura e orgogliosa di avere svolto il proprio dovere, di avere onorato l’impegno cui era stata chiamata al massimo delle sue capacità. E invece.
Forse è stata l’inesperienza a tradirla, forse l’emozione della prima volta, la consapevolezza di tutti quegli occhi puntati su di lei, delle aspettative di chi l’aveva vista crescere, di chi aveva sempre creduto in lei. Mai avuto alcun dubbio in merito, avrebbero detto di lei, ha dei numeri e si vede, lo abbiam capito subito, ci è bastato vederla saltare una volta. Pensava a questo durante il salto, e non è chiaro se abbia sbagliato la scelta dell’istante in cui staccarsi da terra, o se abbia calcolato male l’intensità del vento, oppure se qualche altra novellina invidiosa le abbia fatto, non vista, un fatale sgambetto.
Fatto sta che è rovinata al suolo, con la staccionata e tutto, e che quella subito successiva, forse perché concentrata sul suo di salti, o magari perché ormai abituata alla cosa e con la testa completamente altrove, le è caduta addosso, impedendole di rialzarsi e di correre a nascondersi per l’imbarazzo e la vergogna e il timore di aver rovinato irrimediabilmente un piano che non era in grado di capire e del quale era semplicemente un’umile pedina; e che anche quella che seguiva, e quella dopo, e quella dopo ancora, sono cadute loro addosso, e in breve a terra saranno state una cinquantina, pestandosi l’un l’altra, incolpandosi l’un l’altra, chi piangendo, chi strillando, chi cercando di uscire da quella situazione inusuale e a dir poco imbarazzante, e poi altre ancora, e altre, e altre, fino a che ogni centimetro quadro dello spazio era stipato e davvero non ce ne stavano più.

Una risata mi è venuta spontanea, e credo di aver continuato a ridere anche lungo il corridoio e in cucina mentre contavo le gocce di sonnifero che cadevano, una dopo l’altra, nel bicchiere, che evidentemente di addormentarmi contando le pecore non se ne parlava proprio.

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