In equilibrio su un chicco di pioggia, ho sposato l’ottavo colore.
La prima stagione mi ha trascinata con sé, e come le foglie non oppongono resistenza alla pioggia di novembre anch’io mi sono lasciata cadere, mi sono lasciata danzare dentro un soffio di vento o un raggio di luce o quel tuo sguardo distratto. Hai centuplicato le tue mani, nel mentre, e moltiplicato i tuoi piedi fino a portare in ogni dove una traccia dei miei passi stanchi. È stata la polvere, la sabbia, la terra, è stata una continua spinta verso il basso, ma, la gravità, la mia pelle non credo l’abbia avvertita.
La seconda stagione mi ha voluta in movimento, un corpo umano che piano si dischiude al cielo di giugno e d’improvviso prende a ruotare su se stesso nell’asintotico inseguimento della luce più intensa tra quelle appese all’orizzonte più vicino, e non è affatto detto che sia una stella. Per quanto mi riguarda, i girasoli s’ingannano continuamente, abbassando la guardia al calare del giorno.
Vivo appuntata al tuo cuore, sei tu che l’hai detto.
La terza stagione ha pianto la sua grandine sul mio corpo stanco, orizzontale dal troppo volersi verticale, quando invece avrebbe potuto lasciarsi inclinare un poco e respirare, finalmente, aria. Ho avuto paura, confesso, perché non sono capace di aggrapparmi ad altri che non siano me e me sola, eppure ho dovuto raggomitolarmi dentro alla vostra vita, essendo le mie pareti scivolose e le mie dita inadatte all’arrampicata. Non basta mai, non mi è mai sufficiente.
La quarta stagione ha aperto crepe di umidità sui muri, quasi a dire che non basta ingoiare un boccone amaro per dimenticarne il sapore. Ho azzardato qualche sorriso timido, qualche risata indisponente, ho certamente parlato troppo. Il sonno ancora non trova pace, e le tre dimensioni del buio nella stanza sono spesso un sollievo. Infine l’ho scoperta, la gravità, sdraiata sulle mie palpebre a nascondere il mio sguardo alle altrui inquisizioni, e di solito mi sento al sicuro, quando giro la testa di lato appena in tempo.
Di te ricorderò il colore, quel disordine musicale capace di addentarmi e farmi parte dei tuoi mille diversi mondi, dei tuoi centomila insaziabili giorni.
La quinta stagione è una foto che sfoca il proprio contorno a ogni respiro. In questi mesi senza nome, persi tra gli scontrini e i pallottolieri della mia esistenza, non può che fingersi un sorriso senza tregua, non può non avere il mio sapore, eppure, ho il dubbio, potrebbe avere il tuo colore. Ho fatto mio l’ottavo, intanto: non pone condizioni e non ha mai stupito nessuno, ma se ci fosse anche solo una moneta di cioccolata, credo che mi metterei a ridere.






Non vuole essere sarcasmo.
Vuole sdrammatizzare l’ammirazione, vuole confessare senza farsi male che “vorrei ma non posso”, vuole essere un’occasione per dar ragione di quello che sono, di quello che siamo forse in tanti…
…ma hai mai pensato di fare uno “Strepitupido for Dummies”?!
Qui si comincia a sentirne il bisogno!!
P.S.: Splendida come sempre, e bentornata sul tuo blog!
strepitupido! va fatto e preso così com’è u_u
E lo dice chi non ci capisce una fava =)
davvero complimenti, anche se mi incazzo perché essendo lontana capisco ancora meno cosa ti passi per la testa.
Ari che si incasina con la tastiera brasiliana peró si diverte tanto a usare la ~~~~~!
E’ vero, la tilda sulla tastiera italiana di windows è una mancanza imperdonabile.
~~~~~~~
Non su quella di linux :]
Comunque parla la Ari, un’altra che fa i post chiAri, eh?
hahahaha Stmuuuuccio caro, per questo andiamo d’accordo con l’ingegnera!
E oltretutto si sostiene da mò che tu in realtà sia ingegneressa delle lingue u_u