you don’t have no doctor Henry
4.4.2008 di AnniKa
J. aveva apparecchiato per due, come al solito. Una candela a centro tavola, una bottiglia di buon vino rosso. Ma H. tornava dopo molti mesi, e non gradì affatto quel piatto in più e quel secondo bicchiere, e li prese e li gettò a terra. Andarono in frantumi, che J. diligentemente raccolse, uno a uno, e appoggiò in bella vista sul tavolino del salotto.
Non parlò per giorni, poi, se non per dire che un coperto gli pareva meno di due coperti, e anche più triste e meno sensato, e che quella minestra spaiata dava un’aria di asincronia alla stanza che gli intralciava un minimo il respiro. H. rideva di lui e dei suoi commenti, e del suo passare le giornate a cercare un ordine per i minuscoli frammenti di porcellana e cristallo. Gli nascondeva un pezzo, ogni giorno uno nuovo, se lo metteva in tasca e taceva.
Non gli interessava di apparire codardo: lui faceva solo quello che doveva fare. E, dobbiamo ammetterlo, lo faceva bene.







