io, il bambino dello zoo di Copenhagen
26.2.2008 di AnniKa
C’è questo libercolo che dobbiamo leggere per l’esame, che per fortuna ha poche pagine ed è scritto con un font che, in confronto, l’ottotipo è nanotecnologia, che parla di questo bambino, che si chiama Bo, che una bella mattina va a svegliare i genitori urlando
buongiornobuongiornomangiamochehofame,
e il padre, che si chiama Ole, gli dice di star buonino un secondo che adesso esce e va a comprare il pane e il latte.
[io poi vorrei capire perché diamine 'sti danesi non siano capaci di comprarsela il giorno prima, la colazione, e debbano sempre, la mattina, uscire a prendere il pane e il latte. Ma di questo ne parleremo poi un'altra volta. O anche no]
Allora Bo dice che ci va lui, a comprare il pane e il latte, ma la mamma, che si chiama non mi ricordo come, non vuole perché Bo ha solo sei anni ed è troppo piccolo per affrontare da solo questo luogo di indicibile perdizione che è il panettiere. Però il babbo, che di base non vede l’ora di togliersi dal mezzo il pargolo per fare sesso con la moglie, comincia a dire che no, non è troppo piccolo, che ci può andare, che il panettiere non è così lontano, e gli schiaffa in mano venti corone.
Allora Bo esce, felice come una Pasqua, e la scena però non si sposta dalla camera da letto dei genitori, dove la mamma regala al pubblico la sua migliore interpretazione del ruolo di madre e comincia a chiedersi se non si perderà, se si ricorderà cosa deve prendere, se s’è coperto abbastanza che poi prende freddo e s’ammala.
[incompetente: mia madre avrebbe saputo fare di meglio, aggiungendo anche un "ma non me la stupreranno?!" che le sarebbe valso l'Oscar]
A Ole non gli par vero: donna-da-consolare uguale donna-vulnerabile, e non c’è nemmeno il nanerottolo in giro. “Ma vieni qui”, “ma dammi un bacio”, “vedrai che andrà tutto bene”, “poteva andare peggio poteva piovere”, e cose del genere. Insomma, la butta sul sesso.
Solo che lei, perso definitivamente l’Oscar come migliore madre protagonista, si lancia alla conquista di quello per la migliore donna protagonista; si irrigidisce e comincia a dirgli che è un insensibile, che così facendo calpesta la sua sensibilità di madre e di moglie, che il loro bambino è fuori già da dieci minuti, dieci minuti e un secondo, dieci minuti e due secondi, dieci minuti e tre secondi, dieci minuti e. Al che, a lui gli girano anche un po’ le balle, e in effetti, pensateci, ’sto povero cristo è a digiuno, col figlio che non si sa bene quando e se torna - però è certo che se torna come minimo lo costringe a guardare i barbapapà per la duecentotrentanovesima volta -, e con la moglie in camicia da notte, e quindi in teoria già pronta per l’uso, che non s’è ancora lamentata per il mal di testa, e nonostante questa congiuntura astrale estremamente propizia, lei decide di sentirsi ferita nella sua dignità di madre e moglie, e quindi non gliela dà lo stesso. Capitelo.
Ecco, il pezzo che abbiam letto in classe finiva qui. Ma già si intuisce già che questo è un Bildungsroman, a tratti una feroce denuncia sociale.
La storia di questo povero bambino, costretto a soli sei anni a farsi carico di una famiglia che non è capace di assicurargli nemmeno un po’ di latte caldo alla mattina, che esce al freddo e al gelo, con la giacchetta leggera e in tasca solo venti, misere, corone (che, credete a me, per riuscire a comprare pane e latte con venti corone ci vuole il PhD in economia e commercio, qui), e comincia a vagare in direzione di un panettiere che chissà quanto dista dalla sua casa, povera anima in pena. Sicuramente, lungo la via, spenderà i suoi pochi soldi per comprarsi un pezzetto di cioccolata, che a casa sua ne ha vista poca, cioccolata che poi non mangerà perché si sentirà dannatamente in colpa per aver speso i soldi del padre e per non aver comprato la colazione, e quindi la vergogna lo porterà a decidere di non tornare mai più a casa, e quella prima notte da senzatetto la passerà su una panchina in un parco, tremando nella sua giacchetta leggera. In capo a una decina d’anni sarà diventato un eroinomane, avrà offerto più volte il suo giovane corpo, ma sempre per denaro e mai per desiderio, alla locale confraternita dei pedofili anonimi e sarà diventato lui stesso uno sfruttatore della prostituzione (altrui). Poi, quando gli introiti saranno finalmente cospicui, comprerà un vecchio frutta e verdura schiacciato dalla grande distribuzione e lo trasformerà in un night, e il mercoledì accorreranno numerosi i clienti da tutta la Zelanda, per vedere le sue lapdancer all’opera.
Tenterà il suicidio tre volte, ma le prime due con poca convinzione, metterà incinta una tossica che comunque morirà di overdose prima di portare a termine la gravidanza, e poi, a quarantaquattro anni, cadendo da una Harley Davidson che costa una barca di soldi (ri)troverà Dio, venderà quindi baracca e burattini e regalerà il denaro alle suore laiche di una missione in Eritrea (non prima di aver pagato profumatamente il silenzio della sorella della tossica, tossica anch’essa, che a suo tempo lo ha visto passare alla compagna di allora, nonché madre di suo figlio, la dose letale) che gli dedicheranno per questo una scuola elementare e un pozzo, e si dedicherà poi alla vendita porta a porta di corone del rosario i cui grani sono biglie colorate con dentro le foto dei ciclisti - segno inconfutabile che Dio lo si può trovare anche nelle piccole cose - e statue della Madonna che quando le si agita si smuove la grandine. Poi, un bel giorno, un uomo a cui sta cercando di vendere il suo campionario di zavagli, riconoscerà in lui quel lieve difetto di pronuncia della lettera å, e senza lasciargli finire la frase, gli pianterà un ombrello in un occhio, uccidendolo sul colpo.
E aggiungerà, rimettendo a posto l’ombrello sporco di sangue, umor vitreo e materia grigia, “e non me l’ha più data, da quel giorno”.
Una storia drammatica, insomma (e ho il sospetto che la morale sia “donna, dagliela, oppure tuo figlio muore”).








spettacolare!

mi ricorda un po’ la storia di marvin gaye, ma forse mi sbaglio
Grande storia..il dramma del padre che non batteva chiodo.. il dramma della madre separata dal figlio per colpa di una colazione mai mangiata.. il dramma del bambino dalla vita spericUlata che si trasforma nello ‘Scarface dei merluzzi’
Ma solo a me suscita commozione il dramma di quel povero ombrello? sniff..
Michele: se ascolti bene, la canzone fa Merluzzi through the grapevine.
Lore: anche perché toglilo tu, l’umor vitreo dall’ombrello, c’è carenza di detergenti specifici sul mercato.