Ore 17:15, e le luci nel corridoio sono spente. Le porte, praticamente tutte chiuse.
In dipartimento non c’è quasi più nessuno: è venerdì, in fondo.
Eppure, qui è così tutti i giorni: alle 16:30 la gente va a casa, qualcuno anche prima. La mattina arrivano sulle 09:00, chi prima, chi dopo, e non devi fare grandi conti per capire che lavorano meno, rispetto agli italiani. Poi, se ci sono scadenze in vista, fanno tranquillamente le 03:00 di notte in ufficio, svuotando e riempiendo e svuotando di nuovo la caraffa col caffè brodaglia. E non perché l’università fa storia a sé, mi han detto che qui è così un po’ dappertutto.
Si scrive Danimarca, si legge assoluta tranquillità.
Non c’è bisogno di correre o di stressarsi o di dannarsi l’anima. Anzi, se ti rilassi lavori meglio, sei più produttivo.
Pagano tasse molto alte, ma in cambio hanno servizi (e retribuzioni) a dir poco invidiabili, e per loro tutto questo è estremamente normale.
Pranzano alle 12:00, e queste due settimane mi hanno insegnato che decisamente mi conviene avere fame a quell’ora, ché alla kantine rischi di non trovare più niente, dopo. E tutti quanti, a mezzogiorno spaccato, lasciano quello che stavano facendo, e vanno a mangiare; non esiste il finiscounacosaearrivo: qualunque cosa tu stia facendo, puoi tranquillamente finirla dopo pranzo.
La chiave del mio ufficio, mi hanno spiegato, apre qualsiasi porta del dipartimento. Anche quella del direttore o delle segretarie. Questa è la policy, qui: tutte le chiavi aprono tutte le porte, c’è un’estrema fiducia di fondo che in Italia, davvero, non sarebbe pensabile. E credo non abbiano mai visto un’intrusione o la sparizione di qualcosa, da quando esiste il COM. Anche questo sarebbe, ahimè, poco verosimile, nel belpaese.
Se qualcosa che leggi, o che vedi qui, ti appassiona, faccelo sapere e vedremo di farti lavorare su quello, troveremo qualcuno in grado di seguirti, perché è importante che tu scelga un argomento che ti piace davvero.
Così mi ha detto, proprio così. La tua tesi sarà un continuo divenire fino all’ultimo mese, forse anche dopo, decidi tu che taglio dare al tuo lavoro.
Un hej (ciao) non si nega a nessuno, né al conducente dell’autobus, né alle persone incontrate per la prima volta lungo i corridoi del dipartimento, né ai vicini per le scale di casa. Non c’è nessuno che non risaluti a sua volta, e che non ti sorrida, nel farlo.
Chiedo scusa alla cassiera del supermercato, in attesa dei miei soldi, dicendole che mi dispiace molto se impiego tempi biblici per pagare but i don’t know your coins yet, e lei tira fuori dal cilindro un sorriso oceanico e risponde, semplicemente, it’s ok, take your time. E aggiunge I can help you, if you want. No, grazie, non ce n’è bisogno, ma troppo gentile, davvero. E se ti volti, con espressione colpevole, verso quelli in fila dietro di te (una fila estremamente ordinata, manco a dirlo), ti stupisci nel trovare altri sorrisi, e un calore difficile da raccontare a parole.
Si aspetta il verde, per attraversare. Anche se non arrivano macchine.
Si cammina sul marciapiede, e se vuoi fare arrabbiare i serafici danesi non hai che da invadere la pista ciclabile, che costeggia, da ambo i lati, tutte le strade della città. Nessuna esclusa.
Cammini per le strade scarsamente illuminate e nessuno ti importuna, e la sera vedi in giro giovani donne con le carrozzine, o ragazzetti poco meno che adolescenti, e ragazze, e torni a casa a piedi nella massima tranquillità, a qualsiasi ora del giorno e della notte. E quando ti volti, perché ti viene naturale farlo, per controllare la situazione alle tue spalle, ti accorgi che non c’è nessuno dall’aria sospetta che ti segue e ti scopri a sorridere.
Sull’autobus, sul treno, sulla metro, ci si siede sempre nel sedile più vicino al finestrino, se libero, per lasciare l’altro posto a disposizione di chiunque salga dopo e voglia sedersi.
Quando si apre una porta si controlla che dietro non ci sia nessuno, prima di chiudersela alle spalle, e se c’è qualcuno, anche distante qualche metro, lo si aspetta tenendogli aperta la porta. Sorridendo, possibilmente.
Ecco, pur tenendo conto di tutte le stranezze dei danesi, vi prego di non chiedermi se mi manca l’Italia, se sono per caso nostalgica.
No, non mi manca. Per niente.






abbiamo da imparare. chapeau.
I’m just taking a Movia on the Nyhavn river line
‘Cause I’m in a Merluzzistan state of mind
Perooooò.. NOI (o almeno qualcuno di noi..) si pulisce!
Sono contento che tu stia bene! buon proseguimento di merluzzizzazione (pronunciato in romagnolo ovviamente..)
Ti leggo sempre con piacere! Ciao!
E non fatico affatto a crederlo, meine freundin!
(Va bè, è tedesco, ma siamo lì…..:-D )
altro che da imparare abbiamo, siamo ancora al medioevo…
e il bello è che quando cerchiamo di essere in altri modi siamo ridicoli, quindi tanto vale essere cialtroni e prenderci i meriti solo delle cose belle per le quali siamo famosi…
Più o meno in belgio è la stessa cosa.
ma una cosa dell’italia mi manca veramente tanto: il bidè.
E poi dicono che siamo noi italiani quelli ospitali, accoglienti e calorosi…
Viva i merluzzi surgelati!
;P
Concordo con siocchezze. Per il resto, però, sorrido
Bella donnina, qui è tutto il contrario. Viviamo nel caos disordinato che possono provocare 20 milioni di persone che le istituzioni non se le cacano quasi di striscio.
Eppure ci sono cose dell’Italia che non mi mancano per nulla.
ciao annika,
è un piacere scoprire che non sono l’unico ad essere innamorato della gentilezza e dell civiltà scandinava; il mio è un amore che risale ai miei primi viaggi, ai primi incontri con una civiltà estremamente “diversa ” dalla nostra, anche per motivi storici.
tra i miei colleghi di università, ma anche nel mondo del lavoro, mi sono sempre attirato l’etichetta di “esterofilo”….oppure di “antiitaliano”….niente di più errato! io amo la mia città, anche se l’ho lasciata da anni, ho amato il mio paese, anche se mi rendo conto che non merita quella generazione di “fenomeni normali” come la mia…
la civiltà romana ha i suoi frutti nell’italia di oggi, che adora il piu grande cimitero di sterminio del mondo (il colosseo) e ha consacrato la propria vita al dio “pallone”!!!!!
dal tuo post vengono fuori due parole che il popolo italico-romano ha dimenticato da troppo tempo: SORRISO e TRANQUILLITà.
ben scritto….e ben detto.
la scandinavia, pur non avendo avuto un passato “brillantemente” descritto dai reperti scritti e monumentali, ha gia vinto il biglietto migliore per il proprio fututro….
a presto..
Ehe, konan, il terzo uomo Orson Welles potrebbe controbattere, ma in effetti sono passati quasi 60 anni da allora… l’Italia di oggi forse è ancora più sbiadita di quella del ‘49, rispetto alla grandezza del passato.
A proposito, AnniKa… questa è spassosissima, ma non sai il dolore quando mi è stato rivelato che si pronuncia “mi”, in realtà
Ma sai che a me prima han detto che si pronuncia “mi”, e poi che invece si pronuncia “mu”. Insomma, ognuno la pronuncia un po’ come vuole, pare. Al limite chiederemo a Hobbit83 o a Deinè, sopravvissuti (con tranquillità) al liceo classico: loro lo sanno sicuramente!
Appunto mi fu detto da una classicista, che tra l’altro sbeffeggiava il proprio docente di matematica, ma chissà. Poi c’è anche l’altra, la “nu”, che in realtà è “ni” (quella che sembra una vu).
Adoro la tua prosa.
Potrei scrivere un post come il tuo parlando dei mesi in cui ho vissuto in Giappone e quelli che sto vivendo in Australia.
Ma in Cina, abbiamo qualcosa da insegnare anche noi.
Un abbraccio.
gionata
Confermo…. l’alfabeto greco recita “iota, cappa, lambda, MI, ni, csi, omicron, pi…” eccetera eccetera….
Mi ha sempre divertito sentire come i professori universitari riuscissero a massacrare la pronuncia delle lettere greche, ma ancora di più vedere come ne massacrasseo la grafia… :-p
Potresti… quindi lo farai?
Ah, ehm, dicevo a gionata
gionata: grazie, grazie mille, davvero. Ogni tanto mi fate questi complimentoni e io mica me li merito, mi sa.
@ Hobbit …a dire il vero mi e ni si dovrebbero pronunciare con suono vocalico intermedio fra I e U.
*geekness*
Diciamo una U-con-dieresi-sopra.
Ovvero con le labbra come quando si pronuncia una U, mentre le corde vocali fonano una I.
Buon divertimento a tutti.
DISCLAIMER: Deinè non si assume alcuna responsabilità per eventuali paresi facciali o altri danni derivanti da tentativi di eseguire la sopraccitata fonazione.
Basta, per favore. Mi ero ripromesso di sopravvivere in Italia almeno ancora un anno; a sentire altre voci come la tua (come se la mia non fosse già sufficiente) reggo al massimo 4 mesi.
provo cocente invidia. vorrei essere lì. mi ci troverei bene.
rido. tutto uguale. tutto qui dentro. sta cosa che anche tu sei in danimarca mica la sapevo. sono stato inghiottito un bel po’ di tempo dal buco nero danese. e incomincio a pensare di non volerne più uscire fuori…ci si vede? ci si ritrova in terra di soren? magari per un caffè danese lungo lungo…
daniquindici: quando vuoi.
23 commenti e niente.. qualcuno deve pur farlo:
Cara AnniKa, come va? ti manca l’Italia?
[...] Non siamo mica in Merluzzistan! [...]