Mi hanno scambiato per una danese, che già.
Mi hanno chiesto indicazioni stradali. A me. A Copenhagen.
E io glielo ho date. Corrette, per giunta.
Ho avuto culo, diciamocelo, ché la bionda passeggino-dotata cercava la via in cui abito io, ed eravamo a due traverse di distanza.
Matte, io se fossi in te penserei seriamente ad un futuro nella cartomanzia: pure il giorno hai azzeccato!
Ho capito come è girato il sistema dei trasporti della città, e devo riconoscere che, fosse più economico, sarebbe praticamente perfetto. Oggi mi sono pure presa la libertà di cambiare il percorso per andare e tornare dal DTU, e non mi sono persa. Mi stupisco di me stessa, lo ammetto.
Comunque, già che ci sono vorrei sfatare un mito, giusto per rovinarvi un po’ il sonno (assì?!): in Danimarca, quella che noi chiamiamo danish pastry, non esiste. La cosa che ci assomiglia di più si chiama wienerbrød, paradossalmente (come se stessimo tutti giocando a scaricabarile), ed è fatta con un sacco di burro (e fin qui), noci, creme, mele cotte, cioccolato o cannella. Non l’ho ancora provato, poi vi saprò dire.
In the US and Canada, Danish pastries are typically given a fruit or sweet bakers cheese[1] topping prior to baking. Danish pastries with nut fillings are also popular.
The Danish as consumed in Denmark can be topped with chocolate, sugar or icing, and may be stuffed with either jam, marzipan or custard. Shapes are numerous, including circles with filling in the middle (known as “Spandauer’s”), figure-eights, spirals (known as snails), and the pretzel-like kringles.
Danish pastry is, like the croissant, said to originate from Vienna and is called wienerbrød (IPA: [ʋenɐ̥b̥ʁœð̥], lit, “Viennese bread” (corresponding to the French Viennoiserie) in Denmark as well as Iceland, Norway and Sweden. In Vienna, however, the pastry is known as “Kopenhagener Gebäck” or “Dänischer Plunder”[1], and its origin may well be the Turkish baklava.
[wikipedia >> danish pastry]
Poi ho scoperto quanto sia importante, per i danesi, la loro bandiera (il dannebrog): la mettono anche sull’albero di Natale, e ognuno ne ha una in casa, da appendere fuori in corrispondenza di un compleanno, di un anniversario o di un qualche avvenimento particolare. Ora capisco perché, quando ci fu la storia delle vignette su Maometto e gli islamici bruciarono il dannebrog, i danesi la presero così male. Per loro anche solo calpestarla, sarebbe stato un affronto indicibile.
C’è anche una leggenda piuttosto curiosa, riguardante la nascita della bandiera danese: pare infatti che sia caduta dal cielo, nel 1219, sulle truppe danesi impegnate in Estonia. La versione più credibile, invece, vuole che sia stato il Papa a dare ai danesi il dannebrog, affinché la croce ricordasse il carattere di crociata della missione contro gli “infedeli” estoni (e infatti, fateci caso, tutte le nazioni scandinave – che una volta facevano più o meno tutte quante parte dello stesso impero – hanno la croce nella bandiera).
Detto questo, immaginate il seguente scambio di battute, ahimé realmente verificatosi (ma perché non sono capace di zitta, io?), tra la sottoscritta e il direttore del mio dipartimento, che ha voluto darmi il benvenuto di persona:
- it is important to work hard because ideas never fall down from the sky
- just the Denmark flag fell down from the sky
- yes, i think that is the last thing that fell down upon us
Però l’ha detto ridendo di gusto. Forse non ho fatto una figura proprio becera del tutto. Forse.
Poi, beh, avrei milioni di altre cose curiose da raccontarvi, tipo che ho trovato un posto dove vendono del pane che sembra vero, o che nei treni qui esiste la quiet zone, ovvero un vagone in cui non si può parlare al cellulare o con chi ti siede accanto.
Ma non è che posso scrivere un romanzo.






Mi spiace solo che per il giorno non avevo messo la tolleranza, ma del resto le Scritture hanno di queste lacune u_u
Bellissima la risposta del direttore di dipartimento sulla bandiera danesilandese
, e no, non hai fatto una figura becera; anzi, hai dimostrato che non sei danese per caso
Speriamo tu abbia ragione
io li voglio, quei treni. detesto le suonerie.
Ah ti capisco… il pane vero mi manca da morire… e mi manca il caffe’ espresso, e i cappuccini
Li fanno i cappuccini in Danimarca?
Annika wrote:
Ma non è che posso scrivere un romanzo.
E noi quello vogliamo!
Ari: non è questione delle suonerie. Proprio non puoi tirar fuori il telefono senza che tutti ti fulminino con lo sguardo. Un po’ come attraversare col rosso (grave!: si aspetta sempre e comunque il verde, anche se non ci sono macchine) e camminare sulla pista ciclabile (gravissimo!!!: ai lati di ogni strada c’è un marciapiede e una pista ciclabile, e guai a te se metti un piede sulla ciclabile).
Tinoshi: Macché, la macchinetta che c’è in dipartimento fa l’espresso (non so come sia, non l’ho ancora provato) e un cappuccino che è una brodaglia marrone liofilizzata e sporca di latte. Sigh sob.
Antonio: poi non dite che vi annoio, eh!
la quiet zone è civiltà. importiamo la quiet zone. sono pronta a pagare il ’supplemento quiet zone’.
sere: sì, decisamente. Anche tutto il resto è civiltà, le file ordinate, le persone sempre sorridenti e disponibili a darti una mano, e molte altre cose che noi dovremmo imparare da loro. Però, credimi, il supplemento è compreso nel prezzo: il sistema dei trasporti pubblici cittadino funziona perfettamente, ma è davvero costoso; il che è anche comprensibile, se consideri a) la qualità del servizio (ce la sognamo, noi), e b) il fatto che praticamente tutti qui vanno in bici, qualsiasi siano le condizioni meteorologiche.
Anch’io voglio la ‘quiet zone’ sui treni italiani.
E tu sei semplicemente una grande.
Io la quiet zone la voglio nel mio ufficio!!!

E voglio le piste ciclabili danesi qui in Italia.
Anzi no, voglio i danesi sulle piste ciclabili italiane.
O anche sui marciapiedi.
Facciamo un po’ dappertutto va’…
PS. Hai la lingua piu’ veloce del west neh?! ;P
Io vorrei anzitutto il sistema di piste ciclabili e, direi, la “cultura” della bicicletta. Al nord, Olanda, Danimarca u.s.w., sotto diluvi, nebbie e nevicate, vanno in bici. In Italia, paese del sole, tutti in macchina. E se vai in bici sei uno da investire, perchè fai perdere tempo… sigh!!!
Ho appena avuto l’esperienza di FeRara, la città delle biciclette, dicono… che vanno negli stessi spazi nei pedoni, il che NUN me garbava.
Lò: mange tak!
Filosoffessa: del west non lo so, della Scandinavia di sicuro!
Hobbit83: pensa che bella, Bologna con un terzo delle macchine e il triplo dei ciclisti!
StM: Ferrara città delle biciclette?! Assì? E da quando?
[...] ritrovi … perchè c’è una regina e si fa amare … perchè per i bambini avere una bandiera giocattolo è un regalo ambito … perchè ci sono andato con lei … perchè ci sta Anna [...]
[...] Deinè batte Tom-Tom-Honoris-causa [...]
[...] in tempo a cambiare il titolo del blog tornando all’originale (sulla falsariga della mia blogger di riferimento) , figurarsi [...]